
Con l’arrivo della stagione estiva torna al centro del dibattito organizzativo il tema dello smart working. La richiesta di maggiore flessibilità nella gestione del lavoro, infatti, tende ad aumentare nei mesi in cui la concentrazione di permessi feriali, le difficoltà negli spostamenti e le temperature più elevate, rendono più complessa la presenza continuativa in ufficio dell’intero team.
Sarebbe tuttavia riduttivo leggere questo fenomeno come stagionale. Lo smart working ha smesso da tempo di essere una misura emergenziale. Adottato per necessità durante la pandemia, rappresenta oggi una modalità di lavoro stabilmente diffusa in molti settori, anche quello legale.
Stando all’ultimo Rapporto sull’Avvocatura realizzato da Cassa Forense e Censis, quasi l’8% dei professionisti legali dichiara di svolgere prevalentemente la propria attività in modalità smart working. Una percentuale che, letta nel contesto di una professione tradizionalmente analogica, segnala una trasformazione più profonda di quanto il dato possa apparentemente suggerire.
L’evoluzione risulta particolarmente evidente osservando le dinamiche che interessano le fasce dei più giovani, all’interno delle quali il ricorso al lavoro agile registra livelli di diffusione più elevati. Se in passato lo smart working era spesso percepito come un elemento premiale o un beneficio accessorio, oggi rappresenta sempre più frequentemente una condizione attesa e discussa già nelle fasi iniziali del percorso di selezione.
Si tratta di un cambiamento che riflette una diversa concezione dell’equilibrio tra vita professionale e personale, con effetti significativi sulla governance di studi e direzioni legale. La capacità di offrire modelli di lavoro flessibili è destinata a incidere sempre più sull’attrattività delle organizzazioni e sulla loro capacità di attrarre, valorizzare e trattenere talenti.
Quando supportato da un’organizzazione adeguata, il lavoro agile può generare benefici sul piano dell’efficienza e del benessere.
Ricerche longitudinali che isolano l’effetto dello smart working rilevano aumenti di produttività dovuti a maggiore autonomia, concentrazione in compiti complessi e riduzione delle interruzioni tipiche dell’ufficio. Il modello ibrido massimizza questi guadagni senza sacrificare la collaborazione.
Per il settore legale, il principale vantaggio risiede nella possibilità di garantire continuità operativa indipendentemente dal luogo in cui si trova il professionista. Molte delle attività che caratterizzano la quotidianità di uno studio o di una direzione legale non richiedono infatti una presenza fisica costante.
Accanto ai benefici organizzativi emergono poi quelli legati al benessere professionale.
Lo smart working riduce il tempo e lo stress del pendolarismo, restituendo ore alla giornata che i professionisti possono destinare agli affetti, al riposo e alla formazione professionale.
Numerose analisi evidenziano come il lavoro agile possa contribuire a ridurre lo stress associato agli spostamenti, migliorare la gestione del tempo e favorire una migliore conciliazione tra esigenze professionali e personali.
Per comprendere meglio cosa significa lavorare in modo agile con strumenti legal tech, può essere utile osservare alcune attività che caratterizzano la quotidianità di un professionista legale all’interno di un contesto digitalmente strutturato.
La giornata può iniziare senza la necessità di recarsi fisicamente in studio per recuperare documenti o verificare lo stato di una pratica. I fascicoli digitalizzati sono accessibili in cloud e consultabili in pochi secondi da qualsiasi dispositivo, mentre l’agenda condivisa consente di monitorare in tempo reale scadenze, appuntamenti e attività, favorendo il coordinamento con colleghi e collaboratori.
Con la firma digitale e le piattaforme integrate del Ministero è possibile anche completare l’iter-documentale senza allontanarsi dalla propria casa.
Chi non disperde tempo nella ricerca di documenti cartacei, negli spostamenti non necessari o nella gestione di informazioni frammentate può dedicare maggiori energie alle attività ad alto valore.
Affinché produca benefici effettivi, lo smart working richiede flussi di lavoro strutturati e strumenti digitali adeguati. In assenza di questi presupposti, il rischio è che la maggiore autonomia si traduca in una costante sovrapposizione tra sfera professionale e personale, il cosiddetto fenomeno della porosità del lavoro, con ricadute negative.
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