
Come è cambiata la professione forense negli ultimi dieci anni? Il Rapporto sull’Avvocatura 2026, realizzato da Cassa Forense con la collaborazione del Censis, ripercorre un decennio di trasformazioni e offre, al tempo stesso, un’istantanea di che cosa significhi oggi essere avvocati in Italia. Un punto di partenza analitico per interrogarsi sull’evoluzione di una professione che, per sua natura, riflette i cambiamenti socio-economici del Paese e svolge una funzione sociale.
La pandemia ha segnato uno spartiacque: da allora la crescita degli iscritti si è arrestata e la professione ha dovuto ridefinire i propri equilibri. Oggi i dati indicano che sarà la digitalizzazione, e in particolare l’intelligenza artificiale, a riscrivere le dinamiche professionali dei prossimi anni. Una transizione che, per il 44,5% degli avvocati, avrà nelle nuove generazioni i principali promotori.
In questo articolo analizzeremo i punti salienti del Rapporto per identificare alcune direttrici che definiranno il futuro dell’avvocatura, alla luce delle sfide demografiche e tecnologiche che la attendono.
Spinta dall’obbligo di iscrizione alla Cassa, applicato dal 2014, la platea forense è cresciuta fino al picco di 245.030 iscritti nel 2020, per poi scendere ai 228.641 del 2025, il 2,7% in meno rispetto a dieci anni prima. Un calo che si concentra tra gli attivi (-10.659) e trova una controprova nell’aumento dei pensionati contribuenti (+4.245).
Diminuiscono soprattutto le donne (-4.238, contro -2.176 uomini): la quota femminile, salita al 48% nel 2019, scende al 46,6%, sotto il livello del 2015. Un arretramento che pesa sul ricambio, perché tra gli attivi fino a 34 anni le avvocate sono il 57,3%.
Ciò che rimane pressoché invariato è l’assetto organizzativo della professione. Lo studio monopersonale è ancora la forma prevalente di esercizio (66,2%), con il 52,3% degli avvocati fino a 40 anni che è ospite o collaboratore non pagante in uno studio altrui, mentre solo il 15,4% contribuisce alle spese come affittuario.
In questo quadro, i redditi segnano la nota più positiva. Complice la relativa stabilità economica del 2024, il reddito complessivo Irpef della categoria cresce del 7,1% e supera gli 11 miliardi di euro, con un volume d’affari di 16,4 miliardi (+5,7%). Una crescita che avviene però con una platea in contrazione e dentro un assetto invariato. Con un’eccezione significativa: gli under 40 ricavano dallo stragiudiziale il 47,7% del fatturato, contro il 34,2% degli over 64.
È la fotografia di quella che il Rapporto descrive come una fase di stabilizzazione: il sistema ha assorbito le tensioni più acute, senza però innescare una nuova dinamica espansiva. Questi tre indicatori, letti insieme, ci restituiscono l’immagine di una professione stabile nel proprio assetto ma che dovrà inevitabilmente confrontarsi con un cambio generazionale che potrebbe portare con sé nuove dinamiche.
Dopo il 2020, quando comprensibilmente il 72,3% degli avvocati giudicava critica la propria condizione, abbiamo assistito a un miglioramento graduale fino al 2026, anno in cui la quota di chi dichiara il proprio stato “molto critico” o “abbastanza critico” scende al 45,3%. È il valore più basso dalla prima rilevazione del 2015.
Il miglioramento, però, non ha sciolto i nodi strutturali. Tra le minacce alla sostenibilità di lungo periodo, gli avvocati indicano il ritardo nei pagamenti dei clienti (33,9%), gli adempimenti amministrativi e fiscali (32,4%) e l’eccesso di concorrenza (30,7%). Due delle tre principali preoccupazioni riguardano dunque la gestione dello studio più che il mercato. L’intelligenza artificiale, spesso evocata come minaccia, preoccupa appena il 14,8%.
Questi aspetti hanno una ricaduta, insieme ad altri fattori, sul benessere psicologico di chi esercita la professione. Circa il 37% degli avvocati non raggiunge una condizione di benessere psicologico e in testa ai fattori di pressione c’è l’incertezza dei compensi (60,1%), seguita da scadenze e tempi processuali stringenti (36,8%). Tra chi ha fino a 40 anni pesa anche la conciliazione tra lavoro e vita privata (38,4%): per le nuove generazioni, la sostenibilità della professione passa anche dal modo in cui il lavoro è organizzato.
Al centro del dibattito professionale e sempre più dentro i processi operativi, l’intelligenza artificiale continua la sua ascesa anche nel settore legale. Il Rapporto ne certifica la portata: in un solo anno la quota di avvocati che la utilizza è passata dal 27,5% al 55,3%, mentre chi ne ha ridotto l’uso è appena lo 0,3%. Il 2026 chiude così la stagione della sperimentazione e apre quella del consolidamento.
La diffusione, però, procede a due velocità. Tra gli avvocati fino a 40 anni l’adozione raggiunge il 70,3% e l’IA smette di essere un supporto occasionale per integrarsi nei processi di lavoro, definendone tempi e organizzazione. Tra i 51-64enni ci si ferma al 51,8%. Non sorprende che il 44,5% degli avvocati indichi nelle nuove generazioni i principali promotori dell’IA e il 24,1% le immagini come un ponte verso i colleghi senior.
A frenare non sono tanto i costi (15,9%), quanto la scarsa formazione (47,1%), il timore di errori (42,8%) e la confusione sull’offerta (11,5%). Una barriera di competenza e fiducia, più che di risorse. Il 23,7% prevede già una nuova concorrenza tra chi usa questi strumenti e chi no, aprendo a dinamiche competitive che caratterizzeranno il mercato legale del futuro.
I dati fin qui analizzati restituiscono un’immagine nitida di com’è la professione oggi. È da questa istantanea che occorre partire per immaginare il giurista di domani e il terreno normativo con cui si dovrà confrontare.
La digitalizzazione diventa il perno di questa evoluzione. Gli strumenti legal tech possono infatti abilitare il cambiamento, sostenendo un miglioramento delle condizioni operative all’interno degli studi legali, a partire dall’organizzazione. L’ingresso nella professione passa sempre più spesso dalla collaborazione: si condividono spazi, si collabora con studi già avviati, si costruiscono reti anziché strutture rigide. È un modello più fluido, che ha bisogno di strumenti adeguati come i software gestionali che permettono di condividere pratiche, agende e documenti e di coordinare più interlocutori senza disperdere informazioni. Gli stessi strumenti consentono di automatizzare attività a basso valore aggiunto che sottraggono energie alla consulenza.
In questa riorganizzazione degli strumenti di lavoro si inserisce l’Intelligenza Artificiale Generativa.
Il giurista del futuro dovrà unire la solidità della formazione tradizionale alla capacità di muoversi tra fenomeni che evolvono più rapidamente delle norme chiamate a regolarli.
Legos accompagna gli studi legali nella digitalizzazione fornendo soluzioni software all’avanguardia in grado di supportare il lavoro degli avvocati.